Clicca sulle icone per ottenere maggiori informazioni
I bar sono a ogni angolo. Così appena sbarcati all’aeroporto ci fiondiamo diretti al Museo del Jamón. Entri e vedi prosciutti ovunque. Pareti intere. E pensi: “Dovrebbero aprirne uno anche sotto casa mia”.
Ordiniamo un piatto di salumi vari e un altro di formaggi. Poi passiamo ai bocadillos, i panini. Mangiamo con gusto, ci dissettiamo con le cañas, che da ora in avanti ci accompagneranno per tutti i quattro giorni.
Usciti dal Museo ci riversiamo nel centro di Madrid, dove una marea di gente strabocca per le strade e agli angoli dei marciapiedi.
Lo shopping a volte può essere un suicidio.
La giornata trascorre così, tra birre bevute al volo e pellegrinaggio materialista nei negozi della Gran Via.
A sera inoltrata ceniamo in un ristorante rinomato, las Cuevas de Luís Candela, dove i camerieri sono vestiti come briganti dell’epoca. Questo perché il vecchio Luís era un brigante pure lui. E la grotta all’interno della quale era stato costruito il ristorante era il suo rifugio.
Finito di cenare ci riversiamo nella Plaza Mayor e girovaghiamo senza meta, liberi, assaporando il gusto forte di quell’aria.
La notte viene schiacciata dall’incedere imponente del sole spagnolo. L’inverno è rude, ma il caldo della terra si sente. L’appuntamento è col Mercato del Rastro, il più grande mercato delle pulci esistente. E in effetti lo è. Impossibile camminare. Veniamo trascinati dall’ondata di persone che si accalcano, camminando e contrattando i prezzi, mentre i commercianti urlano frasi incomprensibili, sbracciandosi di continuo.
L’odore della terra, del fumo, del sudore qui è ancora più forte. Ti fa sentire vivo.
Come quando entri al Santiago Bernabeu, dopo una colonna interminabile. Stanco, ma felice. E subito lo scazzo dell’attesa si trasforma in timore reverenziale quando entri nella sala dei trofei.
Impressionante.
Per intendersi, il Real Madrid non è esattamente l’Albinoleffe. Ma neanche il Manchester o il Barcellona.
È a sé.
Non è una squadra, è un’ideologia. Un credo. Il terreno è riscaldato costantemente da alcuni macchinari, l’erba è verde. Non quel verde che siamo abituati a vedere di solito. Il verde è verde davvero. Un verde perfetto. Da videogioco.
Lo chiamano il tempio. E quando mi chiedono se a Madrid abbiamo fatto una gita culturale rispondo che abbiamo visto il Museo e il Tempio.
Comunque.
Durante questi quattro giorni attraversiamo la città in ogni direzione, completamente. Ci muoviamo sottoterra, come talpe, trainati dalla corrente elettrica del metrò.
Se vuoi spostarti, la macchina dimenticatela. O taxi o metrò.
Finiamo al Parco del Retiro e alla stazione centrale. Immensa. Al suo interno c’è una piccola sala. Entriamo ed è una sensazione strana. Perché quella stanza è dedicata ai caduti dell’attentato. Perché dentro non fila una mosca e le pareti sono blu, per darti la sensazione di essere in apnea, immobile nel tempo. Ti costringe a riflettere.
E la luce filtra da una spirale ricoperta di scritte. In francese, in inglese, in qualsiasi lingua.
Per non dimenticare.
Il resto della città la vediamo a sprazzi, vivendoci più che altro l’atmosfera natalizia che si respira e il bisogno incessante di muoversi.
L’ultimo giorno, traghettati dalla metro, il gran finale. La Plaza de Toros. E quando la vediamo, quella cazzutissima arena imponente e inquietante, tetra e affascinante allo stesso tempo, ci blocchiamo per qualche minuto ad ammirarla. Stregati come Ulisse lo fu dalle sirene.
Dobbiamo entrare.
La visita guidata ci precede di un istante e ci tocca aspettare un’oretta buona prima che inizi l’altra. Così ci accontentiamo della visita alla bacheca.
Un po’ ci piglia male quando vediamo delle teste di toro appese alle pareti, ma è quel disgusto-piacere che si prova nei casi più rari.
Sotto ogni testa una didascalia. “Questo è il toro che nel lontano agosto 1915 tolse la vita all’estimato toreador…” e insomma, siamo di fronte a una serie di tori killer che non ci stavano a farsi inculare da una manica di damerini in calzamaglia.
La cosa ci garba assai.
Oltre ai tori ci sono i ritratti dei più grandi toreri della storia. Anche quelle con dedica. E poi le armi, i costumi, le storie, le leggende, l’orrore.
Usciamo dalla sala e grazie a una disattenzione di un addetto responsabile possiamo entrare nell’arena per qualche secondo, toccando il terriccio rosso con le Adidas, volgendo lo sguardo verso gli spalti.
E lì, prima che ci caccino fuori, in quell’esatto momento ho capito.
Che l’odore dell’aria è questo. E non si tratta di polvere, sudore, carne, lacrime.
È dei tori.
L’aria che si respira. E la terra.
Sono dei tori.
Come muoversi:
In metro, in autobus evitate le ore di punta. Acquistate l'abbonamento da 10 corse.
Cosa vedere:
Stadio Santiago Bernabeu
Museo taurino e plaza de toros las ventas
Palazzo Reale
Giardino Botanico Reale
Parco attrazioni
Zoo-acquario
Tempio di Debod
Hammam
Ristoranti e divertimenti: all'interno del pdf






