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Solo contro l'Atlantico

Andrea Rossi si sta preparando alla Minitransat, una regata da 7.500 chilometri in solitaria tra la Francia e il Brasile.


Andrea Rossi: Mi preparao alla Transat650, al secolo Minitransat, celebre regata oceanica trampolino di lancio dei più conosciuti navigatori solitari: Bernard Stamm, Ellen McArthur, Giovanni Soldini, Isabelle Autissier e moltissimi altri ancora. La regata ha un percorso di 4.200 miglia nautiche, pari a circa 7.500 km, con partenza da La Rochelle (Francia) e arrivo a Salvador de Bahia (Brasile). Come dice il nome, la regata è disputata sui Mini650, barche di sei metri e mezzo, condotte in solitario.

È facile essere selezionati a questa regata?
Per selezionare e preparare gli equipaggi, la classe Mini650 sottopone ogni skipper a un lungo e a volte tortuoso percorso di qualificazione che impone di partecipare a regate minori del circuito Mini650 e ad accumulare un minimo di 1.000 miglia in regate e altre 1.000 in qualificazione su un percorso in solitaria e stabilito da una speciale commissione. Questa prova l’ho sostenuta nel mese di giugno del 2007 e completata in 17 giorni di navigazione.

In che cosa consiste il suo allenamento?
Cerco di mantenermi in forma allenandomi in palestra tre volte a settimana e uscendo a correre dopo il lavoro. L’allenamento in acqua è fatto in parte in equipaggio su barche del tipo «Surprise» in equipaggio, partecipando a regate sui nostri laghi e qualcuna oltre frontiera. È chiaramente un altro tipo di regata, alla giornata e su percorsi brevi, ma aiuta molto ad affinare la tecnica e la tattica. Con la mia barca faccio uscite sul Ceresio per provare il materiale e le attrezzature che sono inevitabilmente sostituite e migliorate.

Quali sono gli aspetti tecnici che sta curando con più attenzione?
La preparazione della barca: un Mini650 quando esce dal cantiere non entra in mare per regatare se non dopo molti mesi di preparazione e ottimizzazione. Sono barche ipertecnologiche e ogni skipper attinge alla propria esperienza o a quella degli altri per prepararla alla navigazione d’altura. Un altro fattore importante è la preparazione fisica: non si può pensare di condurre una vita d’ufficio per tutto l’anno e poi lanciarsi in regate d’altura per pochi giorni.

Come fa a conciliare la sua passione con il lavoro?
Ho la fortuna di avere un capo, che è pure un grandissimo appassionato di vela. Anche lui ha progetti ambiziosi in ambito velico. Non abbiamo ancora discusso del periodo di congedo dell’anno prossimo: mi sa tanto che leggerà dei miei programmi da questo articolo…

Quale rapporto ha con la solitudine?
Quando i solitari in una regata sono 100, non si è più tanto soli. Il conforto è sapere che gli altri sono nelle tue stesse condizioni e nei momenti brutti, quando ti stai chiedendo come hai fatto a finire in una simile situazione, spendendo tutti quei soldi, basta una voce dall’altra parte della radio a risollevarti il morale.

Come affronta i momenti difficili della vela?
Quando ci sono condizioni meteomarine dure, cerco comunque di mantenere regolari i pasti, i momenti di recupero, cerco di pensare in anticipo alle manovre, conservare l’attrezzatura se la regata è lunga, tenere lo spazio interno asciutto e ordinato, lottare contro la pigrizia… Una piccola negligenza può causare grandi problemi. Quando si sono affrontate condizioni estreme e magari si è dovuto risolvere problemi anche importanti, ci si sente pienamente soddisfatti. Spesso non si pensa di possedere le risorse per uscire da simili situazioni, ma quando ti ci trovi non puoi spegnere tutto e smettere: sei obbligato ad andare oltre i tuoi limiti.

Come descriverebbe il suo rapporto con il mare?
Più che di rispetto, direi quasi di paura. Non sono mai completamente tranquillo: una regata anche corta in Mediterraneo può riservare condizioni imprevedibili e dopo qualche ora di venticello leggero e sole, ti ritrovi in stivali e cerata, lottando all’albero per ridurre vela. Inoltre, considero il mare una cosa viva, con una propria coscienza. Non getto mai rifiuti fuori bordo, per spirito ecologico certo, ma più ancora per la paura di innervosirlo… Non bisogna mai prendersela con chi è più grande di te!

Com’è la vita a bordo?
Molto spartana e questa classe non ha comodità. La cucina è un CampingGaz saldato a un bollitore e tenuto sospeso all’interno della barca da qualche elastico e il letto un materassino umido nel migliore dei casi o la sacca delle vele e una timer da cucina a pochi centimetri dalle orecchie, per non dormire più di 20 minuti.

Meglio un futuro in solitaria o un posto su Alinghi alla Coppa America?
Non sono un appassionato di Coppa America. Trovo importanti le innovazioni che apporta al mondo della vela, ma i ruoli specialistici non mi piacciono. Su una barca voglio fare di tutto.

Scheda
È nato il 16 dicembre 1980 e abita a Pura.
Dal 1997 è velista e la sua prima regata è stata una «Coppa Roda» al Circolo Velico Lago di Lugano.
Non dice il suo sogno nel cassetto e quello che gli manca «è qualche sponsor…».
La più grande paura è di non riuscire ad arrivare fino in fondo.
Non sopporta i «cafoni» e i «ganassa», ma adora, dopo una dura navigazione, tornare in porto pensando che sarà l’ultima follia, ma sapendo di mentire
Il suo motto è «Forza e coraggio!» e gli piacerebbe avere «una vita come Corto Maltese».
Tre cose che sicuramente non dimentica a terra quando è in barca: testardaggine, ottimismo e la bandiera del Circolo velico lago di Lugano.
In gara gli avversari da combattere sono la stanchezza e le avarie.

Testo di Gabriele Botti

Ultima modifica Mercoledì 23 Novembre 2011 13:55

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